Salvatore Pasqualetto

Rinnovate i contratti ai pubblici dipendenti

Rinnovate i contratti ai pubblici dipendenti

Il mancato rinnovo dei contratti di lavoro ai dipendenti della P.A. per così tanto tempo, oltre a rivelarsi un danno per l’intera società, mette in luce una duplice questione. Da un lato la violazione del diritto per chi lavora a migliorare la propria posizione, dall’altra, l'inevitabile rottura del rapporto ‘governo – lavoratore -cittadino’. Le questioni poste assumono un significativo valore in un Paese a sistema “bicamerale” il cui ruolo di “garante” ancora è affidato al Parlamento. Per lungo tempo l’argomento dei rinnovi contrattuali è stato affrontato con scarsa sufficienza, poco interesse dal Governo e dal Ministro della Funzione Pubblica, impegnati a sostenere che nulla funziona e dal Consiglio dei Ministri, più interessato ad affermare la necessità di un diverso modello organizzativo della macchina amministrativa.

Intanto dei rinnovi contrattuali si inizia a parlare timidamente, a dimostrazione che il lavoro pubblico non appartiene all’agenda di Governo. Altrimenti, non si spiegherebbe il silenzio, nonostante le manifestazioni nelle tante piazze italiane di lavoratori e le lavoratrici, in coro a reclamare il rinnovo dei contratti fermi al 31.12.2009.

Un Governo ‘illuminato’ non permetterebbe la violazione del “diritto” ancorché quel diritto sia di natura contrattuale, altrimenti corre il rischio di non essere più “credibile” per gli impegni successivi. Si continua a rimanere distratti sul disagio vissuto nei diversi comparti lavorativi, dal nocumento provocato a tante persone costrette ad andare in pensione col salario del 2009. Un datore di lavoro pubblico non può assumere atteggiamenti da “caporale”, lasciando gridare tutti e continuando a rimanere in silenzio.

Siffatta circostanza diventa motivo di diverse considerazioni da parte del lavoro pubblico e privato e rendono l’azione di Governo ‘discutibile’. Lo dimostra il prosieguo. Il Governo, infatti, anziché rimediare al danno arrecato, avvia una campagna di delegittimazione del settore pubblico e lo indica alla pubblica opinione, come uno dei grandi mali della Nazione. Sfugge, al Governo, il dover affermare che i servizi erogati dalla P. A. in Italia, pur tra tante difficoltà, riescono a mantenere dritta la sbarra dell’impegno e del servizio, dell’efficienza e dell’efficacia, anche in situazioni di difficoltà e con gli organici del personale ridotti oramai del 35 – 40% e col precariato che copre i vuoti d’organico.

Ministeri, Enti locali, Sanità, Scuola, i diversi comparti del lavoro pubblico, sono in attesa che la compagine governativa reperisca le risorse per il rinnovo dei contratti per i pubblici dipendenti. Usciamo dalla trasformazione della lira in euro e la consapevolezza che tale circostanza ha reso gli italiani più poveri. A questo, aggiungere il danno dei mancati rinnovi contrattuali, diventa un peso eccesivo, quasi insopportabile.

Non serve continuare ad impedire al Sindacato Confederale Italiano d’essere interlocutore istituzionale, perché non aiuta l’azione di governo ad essere effettiva e la politica economica, “arranca”. Gli economisti Italiani, infatti, non sono stati in grado o non hanno potuto competere, con la più grave crisi registrata dal dopoguerra ad oggi. Non sono arrivate le soluzioni per far ritornare al lavoro coloro chi prima in cig e dopo licenziati, si avviano verso nuove povertà. Non sono stati in grado di afferrare i mutamenti che accadevano in America e nel resto del mondo, per lungo tempo siamo stati “accondiscendi” ai tanti diktat dell’Europa. Nel frattempo, le fabbriche, le aziende, il settore commerciale, quello agricolo, industriale, in altre parole il sistema economico produttivo, stenta a scrivere la parola “fine” all’attuale crisi.

E sotto gli occhi di tutti, anche per gli interessi coinvolti, che la crisi c’è stata e continua ad esserci. Il mondo del lavoro ha dato il suo importante contributo e pensiamo sia arrivato il tempo che un serio confronto avvii le linee guida per rinnovare i contratti. Riprendere il cammino interrotto, oltre a ridare fiducia agli investitori italiani e stranieri, servirebbe a recuperare quel rapporto ‘cittadino- istituzione’ escluso dalla gestione. Siamo in un periodo storico particolare.

 

Le persone continuano a vivere una condizione di disagio e sperano che presto si ritorni a ‘normalità’.

Nel nostro Paese esiste il più grande Sindacato Confederale d’Europa e ciò, scuote i signori dell’Euro. In Francia, in Spagna, in Lussemburgo, in Inghilterra e negli altri paesi Europei, vi è un movimento operaio che ha indubbiamente altre potenzialità, ma non il compito di “trattare” con i governi. Ridurre l’incidenza nella vita democratica della nostra Nazione voluta dai Padri Costituenti, diventa un ‘allarme’ a cui il Sindacato Italiano dovrà rispondere.

Ipotizzare che il movimento operaio debba esistere solo nelle fabbriche o nei luoghi di lavoro, forse rischia di ascriversi alla storia come uno dei grandi errori di questo Governo e non rende giustizia a chi s’identifica nella democrazia ‘partecipata’. In Italia manca il lavoro, la professionalità non è più l’elemento utile per essere assunti. I giovani dopo aver studiato nelle Università Statali Italiane, a carico della fiscalità generale, sono costretti a cercare lavoro in altri Paesi dell’Europa o del mondo perché il sistema Italia non è in grado d’arrestare la “fuga dei cervelli”.

Oramai sì è a un bivio. Il lavoro pubblico Italiano è malpagato, anche in rapporto ai ‘Travet’ degli altri Paesi Europei e cosa ancor più grave, sta nel fatto che parte di essi, sono a rischio povertà. L’esempio arriva da chi percepisce stipendi appena al di sopra delle mille euro al mese, con affitto da pagare e con carico familiare. Perseverando nella politica ‘politicante’, si arriverà alla rottura di qualsiasi relazione e il Sindacato Italiano sarà costretto a riprendere le piazze, ad organizzarsi per affrontare con vigore e decisone lo sforzo del secolo, per riprendere il cammino che diede vita al più grande movimento operaio europeo, seppur adeguato al nuovo corso della storia. Berlusconi nel 1994 provò a instaurare "il dialogo sociale", credendo che ciò che accadeva in Inghilterra con Margaret Thatcher, potesse accadere in Italia. Renzi fa di più. Impedisce qualsiasi confronto, convinto d’essere “illuminato” e senza intermediazione sociale ritiene di poter governare l’Italia. Non sappiamo se così sarà. Siamo certi che se provassimo a ragionare, seriamente, anche su previdenza, condizione sociale, rilancio dei consumi, crescita del PIL, forse, ci accorgeremo che qualcosa di concreto si può fare, magari partendo dal rinnovo dei contratti per tutti i pubblici dipendenti, arrivando agli altri temi di pubblico interesse.

 

salvatore pasqualetto

segretario regionale